Luca Manzi, uno scrittore al Quadraro

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Uno scrittore al Quadraro

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Storie di amici, amori e borgate
Il romanzo d'esordio di Luca Manzi

"Per me le donne, a 41 anni, rimangono ancora un mistero", parola di Luca Manzi, scrittore e sceneggiatore romano, autore del romanzo Il destino è un tassista abusivo (Rizzoli) ambientato al Quadraro, borgata romana in cui vive e lavora. Un libro divertente, che sta riscuotendo un grande successo, che racconta le storie d'amore e di amicizia di Giorgio Correnti, squattrinato studioso di storia dell'arte che cerca di prendere le misure alla vita DI LUCA SALICI

Dice di essere impegnato politicamente contro ogni logica e buon senso, e di vergognarsi profondamente del suo Dottorato in Sociologia della comunicazione. Luca Manzi, professione sceneggiatore, è stato in passato direttore editoriale della Lux, società di produzione specializzata nella fiction tv, e tra gli ideatori della serie di culto “Boris”. Paese Sera lo ha intervistato per capire meglio chi si cela dietro una commedia divertente, spensierata e a tratti socialmente illuminante.

Tra i tuoi primi successi l'ideazione di “Boris”. Che rapporto hai con quell'esperienza?
"Boris è stata una tappa importante, che nel suo piccolo ha parecchi meriti culturali. Ho scritto, con Carlo Mazzotta, il soggetto originario e di quell'esperienza ho dei ricordi molto divertenti, soprattutto riguardo al periodo dell'incubazione dell'idea. Mentre scrivevamo ci facevamo delle grandi risate. Dopo aver consegnato il soggetto alla Fox, visto che il progetto aveva bisogno di altro tempo per essere definito, accettai un lavoro con Rizzoli audiovisivi. La palla così passò agli sceneggiatori e registi della serie Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo. Devo dire che sono stato molto fortunato: sono riusciti a tirare fuori da quella idea una bellissima serie".

A maggio è uscito “Il destino è un tassista abusivo”, il tuo primo romanzo. Sapresti raccontarlo in 140 caratteri?
"L'amore e l'amicizia visti dagli uomini: l'epopea tragicomica di cinque amici che tentano di comprendere e fare felici le loro donne".

Nel libro si parla di sentimenti, di frustrazione e di precarietà. L'incontro tra Giorgio e una donna descritta come “una Madonna del Botticelli vestita da Barbie estetista” è l'occasione per parlare del rapporto tra uomini e donne. Da un punto di vista esclusivamente maschile.
"Il romanzo, secondo me, è la storia di come gli uomini vedono le donne e su come ciò influisce nell'amicizia tra loro. I nostri rapporti di amicizia cambiano repentinamente se si è felicemente innamorati o ci si è appena mollati e non si è corrisposti. In questo senso probabilmente l'amicizia può essere definita una camera di contenimento dell'amore. È una cosa che non si racconta spesso e che mi ha sempre affascinato.
Molte donne che stanno amando questo romanzo esplorano tutti i tentativi che facciamo quotidianamente per cercare di capirle. Noi uomini siamo semplici, se ci date un pallone siamo felici. Mentre la questione per le donne è decisamente più complessa: hanno una logica a otto dimensioni".

I protagonisti del libro soffrono una precarietà non solo economica ma anche esistenziale. Il personaggio principale, talentuoso storico dell'arte, si ritrova a dipingere videopoker per sbarcare il lunario.
"I personaggi del romanzo sono tutti un po' precari. Dal precariato “fico” a quello sofferente e surreale. Giorgio Correnti primeggia in tanti campi, ma la sua bravura è un ostacolo. È la metafora dell'Italia di oggi secondo me, in cui l'eccellenza è un problema. La generazione dei cinquantenni/sessantenni di oggi è composta spesso da mediocri che temono il talento. Per convincerli e avere un lavoro bisogna mostrarsi stupidi. A me spaventa il precariato antropologico che ci inculca questa società: stanno uccidendo la speranza e i sogni dei giovani, proponendo la superficialità come concetto alla base del successo.
Durante l'anno tengo dei corsi di teoria della comunicazione alla Cattolica di Milano e alla Luiss a Roma. C'è qualcosa nei miei studenti che mi colpisce. Una paura che non li fa sentire autorizzati a farsi la domanda "cosa voglio fare nella vita?". Non si sentono autorizzati a porsi questo interrogativo, basta trovare qualcosa da fare per andare avanti. È un ragionamento devastante, orribile e ignobile: viene tolta la possibilità di concepire i sogni, non solo di inseguirli. Non si può vivere una vita tutta in difesa. Io, da adolescente negli anni '80, ne sono uscito per un pelo".

Leggendo il romanzo si ha l'impressione che ci siano molti cenni autobiografici. Il protagonista vive il tuo stesso quartiere e ha dei punti di riferimento realmente esistenti che sembra conoscere benissimo.
"Direi che non è un libro autobiografico. Io abito al Quadraro e vado in bici, proprio come Giorgio. Ma in realtà non racconto me, il mio protagonista indossa i miei panni ma non ha il mio carattere. Uno degli sceneggiatori della mia serie preferita (“The Office”) disse una volta: “Scrivi quello che vedi”. Un consiglio che ho fatto mio. Infatti il primo mondo che ho raccontato è stato quello di “Boris”, un settore che avevo frequentato per otto anni, mentre lavoravo per la Lux di Ettore Bernabei. Pure il romanzo parte dai luoghi che conosco: la borgata romana e l'università, in cui ho inserito dei personaggi inventati. Una delle principali differenze tra me e il protagonista è che Giorgio Correnti è un povero frustrato che cerca di fare un lavoro ma non ci riesce, io posso dire di fare un mestiere bellissimo che mi rende felice".

Quindi c'è un po' di te anche negli altri personaggi del romanzo?
"Senz'altro. I miei personaggi generano dei malintesi anche tra i miei amici. I personaggi che ho ideato nascono dalla frustrazione: mi piacerebbe molto che nella mia vita reale ci fossero le persone a cui ho dato vita nel libro. Di solito lavoro molto sulle caratteristiche dei protagonisti delle mie storie, fino a sfinirmi. Passo molto tempo con loro, e alla fine mi sento un reporter che sta dietro alle figure che ho creato. L'enorme vantaggio di questo processo creativo è che tanti hanno pensato che esistono davvero e vogliono conoscerli a tutti i costi".

Che rapporto hai con il Quadraro, il quartiere descritto nel romanzo?
"Vivo in borgata per scelta dopo una infanzia passata all'Eur, quartiere ghetto della borghesia come Parioli. Non mi sono sentito mai totalmente romano. In un mio profilo, tempo fa, avevo scritto: “Cresco all'Eur, e mi diplomo al liceo classico riuscendo a non diventare fascista, ad oggi uno dei più grandi raggiungimenti della mia vita”. Poi sono andato a studiare alla Cattolica a Milano. Lì si è formata appieno la mia coscienza civile di uomo di sinistra. Al mio rientro a Roma ho vissuto a Campo de' fiori, ultimo baluardo popolare del centro. Intanto però giravo in bicicletta tutte le borgate di Roma e cercavo casa. Mi piaceva l'idea di vivere al Quadraro, vicino al parco di Tor Fiscale. Vivo quasi in campagna, ma a 20 minuti dal centro di Roma, rigorosamente in bici, tagliando dal parco della Caffarella.
Mi sento tutt'uno con questo quartiere e mi faccio trasportare dalla sua umanità. Romani, est europei, bengalesi, cingalesi che vivono senza problemi gomito a gomito. È un posto meraviglioso per me che sono sempre alla ricerca di storie e persone da raccontare".

Tre le passioni del protagonista del romanzo: l'arte, il calcio e la bicicletta. Perché Roma non è una città a misura di ciclista?
"Da buon ciclista quest'anno ho partecipato alla Salvaiciclisti e alla Ciemmona. Roma purtroppo non regge il confronto con nessun' altra capitale europea. Bisognerebbe fare un ragionamento strategico per costruire una rete ciclabile estesa e funzionale, non pezzetti di piste qua e là che non costruiscono una vera alternativa e quindi non servono a molto. Roma tra 10 anni deve essere una città per le bici! Chiamiamo i tedeschi che hanno reso ciclabile l'intero Stato, facciamoci spiegare come si fa. Mi sembra un progetto più credibile della costruzione della metro C. Davvero hanno trovato dei reperti mentre scavavano? Ammazza, oh, che casualità, incredibile che sia successo a Roma...
La bicicletta è il mezzo rispettoso per eccellenza: non inquina, non fa rumore, è interclassista e favorisce la comunicazione tra le persone. Se tutti andassero in bici vivremmo in un mondo meno inquinato e risparmieremmo milioni e milioni in sanità pubblica. Otterremmo grandi benefici con investimenti minimi rispetto ad una metropolitana. Ma è una soluzione troppo elementare e seria per sembrare vera e praticabile in Italia. Ricordiamoci che siamo il paese che ha investito una montagna di milioni per il ponte sullo stretto, che naturalmente e fortunatamente non si è mai fatto".

La Apple ha inserito la copertina del tuo libro nel suo ultimo spot televisivo, in cui si usa lo smartphone per leggere un ebook. Contento?
"Ci hanno cercato loro, non è stata una operazione della casa editrice. Sapendo quanta attenzione pongono a queste cose sicuramente avranno letto anche il libro. Per me sono “i detentori della figaggine assoluta”, come dice una mia amica. Spero che significhi che il mio libro ha intercettato uno spirito del tempo, che ha a che fare con un concetto di non rifiutare la contemporaneità ma di viverla con un certo stile (come fa proprio l'azienda fondata da Steve Jobs). Sta di fatto che è stata una pubblicità clamorosa e totalmente gratuita".

Uno dei complimenti migliori che hai ricevuto?
"Il tuo libro mi ha fatto ridere ad alta voce. Per chi fa il mio lavoro questa frase dà senso alla tua esistenza. Se fai ridere qualcuno, gli ridai davvero se stesso. Togliendogli dei pesi e regalandogli un momento di felicità".

Racconterai altre avventure di Giorgio Correnti. Diventerà mai una serie televisiva? O un film?
"Se il romanzo dovesse andare bene l'ho pensato come il primo di una trilogia. Uno dei miei riferimenti letterari è John Fante, e un po' non lo nascondo nel mio stile di narrazione. Mi piacerebbe concludere il percorso del protagonista, un uomo incapace di costruire dei rapporti con le altre persone. Alla fine del romanzo comincia a capire come si fa, ma la strada è ancora lunga per Giorgio...
La trasposizione sugli schermi mi spaventa molto. È la prima volta che ho avuto la possibilità di raccontare tutto quello che volevo, riperdere questa opportunità mi farebbe soffrire. Per il cinema, intanto, ho appena concluso la sceneggiatura del film “The Games of 1940”, scritta a quattro mani con David Seidler (premio Oscar per “Il discorso del re”), che sarà prodotto da Frank Marshall".