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Calogero Imbergamo detto Lillo

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Calogero Imbergamo affettuosamente chiamato dagli amici "Lillo", fondatore nel 1947 e presidente della gloriosa "Bettini Quadraro":

Lillo Imbergamo

Il 17 luglio 2013, è venuto a mancare il fondatore del Bettini Quadraro, Calogero Imbergamo (Lillo), il grande condottiero che portò il Bettini Quadraro al vertice del calcio Romano e Nazionale. La sua passione ha permesso a tanti ragazzi di giocare ed essere protagonisti.

Un’idea chiama Bettini Quadraro

http://www.bettiniquadraro.it/storico.asp?s=storia

Il percorso del Bettini Quadraro

La storia del Bettini Quadraro inizia nel giugno 1947. “Un gruppo di ragazzi che si vedeva nella sezione del Pci di via Cincinnato, dove oggi c'è la trattoria, decise di mettere su una squadra di calcio e mi chiese di fare da organizzatore. La cosa buffa è che io c'azzeccavo poco con le loro convinzioni politiche e in campo ero una schiappa ma di pallone ne capivo assai. Insomma ero considerato al di sopra delle parti e in grado così di spartire le litigate quotidiane. Comunque sia si stabilì una sottoscrizione di mezza lira a testa e si battezzò la squadra col nome del giornale dei comunisti: Unità Quadraro” (Parole di Calogero Imbergamo, fonte Claudio D’Aguanno) Altra tappa fu la famiglia Quadraccia, nota per le bici, che si fece “convincere” dal presidente a dare il nome alla squadra del quartiere: Quadraccia Quadraro. Il nome durò per un po’ di anni, ma l’avventura e la passione crebbero notevolmente. Altro nome dato alla società era Villani Quadraro, dal nome di un negozio di radio e televisioni che si trovava nelle vicinanze dei p.za del Quadraretto. Ma il nome definitivo alla squadra fu dato dal pastificio Bettini, noto per la sua qualità. Il proprietario dell’azienda, Zanetto Bettini, aveva un figlio, Roberto, che giocava in porta, anche a buon livello. Anche in quel caso l’opera “convincente” è stata quella del presidente Imbergamo e il “Pastifico Bettini”, che oggi non esiste più, legò il nome della squadra a quello del quartiere. La squadra ( e siamo a metà degli anni 50 ) si chiamò Bettini Quadraro, nome che fu definitivo, tranne la parentesi, a metà degli anni settanta, di Cedar Bettini, “matrimonio” che durò per un paio di stagioni. I campi di gioco furono per primo il Sangalli, che si trovava a Torpignattara, poi il trasferimento al campo “Tombe Latine”, l’attuale San Anna, dove gioca l’Almas Roma, e nel 1955 il Bettini Quadraro trasferì armi e bagagli allo storico campo Cinecittà, che si trovava all’angolo tra la via Palmiro Togliatti e la Via Tuscolana. Nel 1986, per fare posto al Centro Commerciale “Cinecittà Due”, il campo si è trasferito in Via Q. Publicio, dove è attualmente. Dalla metà degli anni 90, precisamente nel 1994, la storica e gloriosa squadra si è fusa con la Pol. Cinecittà, dando vita all’attuale Pol. Cinecittà Bettini. Per quanto riguarda l’attività della società calcistica “Imbergamo, allora ventenne” (siamo nel 1947,…) “dopo i primi contatti calcistici nel torneo UISP”, scalò il vertice regionale con la squadra in promozione, il massimo torneo regionale” di allora. “Quando la Lega Laziale ridusse i gironi della Promozione da tre a due, il Bettini Quadraro s’indirizzo verso l’attività giovanile” (Fonte Roberto Ciavatta). Il Bettini Quadraro è rimasto al vertice del calcio Laziale e Nazionale per diversi anni, dando vita a un’impresa bella, affascinante ma irripetibile. Non ci interessa menzionare i giocatori arrivati a giocare nella massima serie ( e vi possiamo assicurare sono tanti….). Quello che ci preme mettere in risalto è che con l’attività sportiva tanti ragazzi, sia del quartiere che da tutte le parti di Roma e del Lazio, hanno avuto l’occasione di cimentarsi in uno sport bello come il calcio e avere degli obbiettivi che sono ben diversi dal semplice sentirsi famosi, ma semplicemente protagonisti. Il resto appartiene alla storia che vogliamo continui sugli album dei ricordi e sul sito che abbiamo costruito.

la storia del bettini quadraro

di claudio d'aguanno


Quella è una stagione tutta da incorniciare e sulle tute c?avevamo una Q maiuscola, come Quadraro, stampata sul petto. Eravamo proprio una squadra seria...

Svoltata via Cave il più era fatto. Il trenino biancoblù della Stefer, che per via dei colori qualcuno chiamava laziale, partito da Termini una vita prima, all'altezza del pino secolare al 481 della Tuscolana, trovava pure modo di rallentare la corsa. Porta Furba, anni '60 o giù di lì, ti veniva incontro in un traffico di sgomitate ai finestrini, occhiate malandre, battute paracule, gesti persi in direzione delle baracche dell'Acquedotto Felice. Il mister della mia squadretta allievi c'aveva un po' la fissa per il tram e per questo motivo una trasferta dalle parti di Cinecittà era un viaggio che non finiva mai. Si partiva con l'11, una specie di accelerato Garbatella-Portonaccio, e dopo una mezzora, dalle parti di Piazza Vittorio si cambiava. La marcia lunga nel sud-est pallonaro era una caciara che a volte chiudeva in gloria ma spesso invece imbronciava in penitenza. Dipendeva dal risultato della partita. In ogni caso però, quando il trenino col pantografo sfiorava i ruderi secolari, il clima si dava una smossa. Al fontanone del Mandrione, a seconda delle ore e delle stagioni, ci vedevi pischelli ammollo, donne zingare che lavavano panni, cocomerari un tanto a fetta e file lunghe di militari, scarsi di paga e digiuni di donne, che da quelle parti c'andavano a puttane. Anche, forse, per dare un senso a quella loro "libera uscita" lontana da corvée, furerie, cippierre e signorsì.

Il curvone che imboccava sulla discesetta del Quadraro s'apriva improvviso al sole del pomeriggio e a sinistra ti trovavi la borgata delle case basse, col cinema Folgore di via dei Quintili, mentre sulla destra c'erano i palazzoni di Cecafumo. Il mister ci avvisava che stavamo "in casa del Bettini" e qualcuno, più smagato degli altri, dalla terrazza della ferrovia t'indicava in lontananza, dietro le torri di De Renzi e Muratori, dov'è che stava il campo tosto dell'Ina Casa o più giù il Patti dell'Aurora Tuscolano. Ma il capolinea per tante borse, borsoni e scarpinacci zozzi, era proprio davanti al Cinecittà dove erano di casa i giallorossi di Lillo Imbergamo una formazione che per mezzo secolo e passa ha fatto la storia del calcio a Roma. Oggi su quel terreno c'è un ipermercato firmato Lamaro che sembra un tempio pagano, un accrocco babilonese per botteghe, merci e musica a palla. Qui al posto degli alberi e degli spogliatoi di una volta ci sono parcheggi e svincoli che dirottano sulla Palmiro Togliatti. Il campo s'è spostato in via Raimondo Scintu, alle spalle degli studi cinematografici e il faccione del Colosso di Rodi, un po' butterato dalle intemperie, sorveglia un viavai noioso di aspiranti veline o fans idioti del grande fratello. Non c'è più nessun trenino biancoblù che ci ferma davanti ma a ricordarci molte cose è proprio il presidentissimo e i suoi lampi di memoria partono dall'Italia del dopoguerra.

«Il racconto del Bettini - attacca Imbergamo - inizia nel '47. Un gruppo di ragazzi che si vedeva nella sezione del Pci di via Cincinnato, dove oggi c'è la trattoria, decise di mettere su una squadra di calcio e mi chiese di fare da organizzatore. La cosa buffa è che io c'azzeccavo poco con le loro convinzioni politiche e in campo ero una schiappa ma di pallone ne capivo assai. Insomma ero considerato al di sopra delle parti e in grado così di spartire le litigate quotidiane. Comunque sia si stabilì una sottoscrizione di mezza lira a testa e si battezzò la squadra col nome del giornale dei comunisti: Unità Quadraro. Il punto di ritrovo era il Bar Carfagna, all'incrocio tra via dei Quintili e via dei Lentuli, mentre per allenamenti e partite ufficiali s'andava al Sant'Anna. E così al nostro primo torneo Uisp arrivammo in finale contro l'Andrea Doria di Lionello Cianca. Andò bene. Alla fine andò bene. Ma, proprio perché non eravamo un club di signorini o forse perché il Quadraro è il Quadraro, tutto prese subito una piega alquanto movimentata. C'avevamo infatti un portiere che era una saracinesca, tutti lo chiamavano Bandone, era una sicurezza assoluta ma quello alla vigilia non trovò di meglio che mettersi nei guai.

"A Li' - corsero a dirmi i suoi amici - se so' bevuti Bandone".

Per farla breve mi toccò d'andare a parlare col maresciallo dei carabinieri. Non so come feci, erano altri tempi, però alla fine lo convinsi e in campo scendemmo al completo, scazzottammo come al solito ma, di dritta o di storta, ci guadagnammo un posto per il girone nazionale a Bologna.»

Sul carattere ribelle di quei ragazzi cresciuti nel perimetro stretto di poche vie, tra l'ex sanatorio Ramazzini e i pratoni dell'aereoporto e la Tuscolana, c'è chi c'ha scritto libri. Loro avevano frequentato le imprese gappiste di Sasà e di Carla, di Marisa Musu o di Clemente Scifoni che un giorno di marzo bussò alla porta dell'odiato questurino Stampacchia scaricandogli il revolver addosso. S'erano fatti adulti tra la sfrontatezza sottoproletaria del Gobbo e le azioni degli uomini di Bandiera Rossa, tra le deportazioni naziste e le rappresaglie infami. E per liberarsi non avevano neppure aspettato gli americani. Ora, per quei "banditi del Quadraro", la voglia di riscatto sapeva anche di calci al pallone e contrasti a centrocampo. «A Bologna - riprende l'anziano presidente - arrivò un'altra carrettata di impicci. Non c'era verso di disciplinare quella brigata. Senonchè la voglia di farsi valere a un certo punto fu più forte delle minacce di essere rispediti a casa. Cominciammo a giocare e in finale ce la vedemmo con l'Alessandria, una formazione da serie A. Prendemmo una sveglia ma quel giorno era nata una società di calcio.»

I primi a credere nell'impresa sono i commercianti del posto e Calogero Imbergamo detto Lillo è un mago di relazioni e inventiva manageriale. «C'era un ex brigadiere della stradale che s'era messo in proprio a fare biciclette. Si chiamava Roberto Quadraccia, organizzava gare e aveva il suo negozio al 14 di via dei Lentuli attaccato al Bar Carfagna. Lo convinsi a mettere il suo nome sulle maglie del Quadraro e fu praticamente il nostro sponsor per un bel po'. Come campo stavamo al Sangalli alla Maranella. Poi a un certo punto, visto che avevo in squadra il figlio di Zannetto Bettini che di mestiere faceva il pastaro, mi misi a tampinare lui, la moglie e tutta l'industria di famiglia fintantochè il marchio del migliore pastificio di tutta Roma divenne tutt'uno con quello della squadra. Da allora ci siamo chiamati Bettini Quadraro e, più o meno nel '55, ci siamo spostati a Cinecittà. Lì ci siamo rimasti più di trent'anni e lì sono venuti fuori i grandi campioni come Rocca, Ciccio Graziani, Superchi e Alberto Di Chiara. Lì su quel campo ci siamo fatti una nomina e di titoli ne abbiamo fatto collezione. A livello italiano e fuori. Pensa che a un torneo internazionale a Tolosa c'erano più di ventimila persone a vederci allo stadio battere il Real Saragoza.»

Difficile in tanto affollamento di volti e sorrisi scegliere le figurine migliori. «Beh - sospira Imbergamo - tutti gli allievi e juniores delle finali nazionali meriterebbero una citazione. Quella degli anni '60 era proprio una leva formidabile. E quel campo di Cinecittà, ormai scomparso, era mitico. C'ho visto crescere gente come Gianni Santarelli, un portiere di grande qualità che ha giocato alla Juve e ha fatto da secondo a Dossena. Ora allena all'Appio Claudio qui dietro sotto gli archi dell'acquedotto. E poi c'era Carpanti, Cattarin, Cucchi e un certo Triggiano che non si reggeva in piedi.

"Ma che combini? - gli facevo - Com'è che stai così aggravato? Vai a mignotte?"

"See - mi diceva - nun c'ho 'na lira preside'!""Allora, famme capì, cosa hai mangiato oggi a pranzo?"

E lui. "A pranzo a casa mia non si mangia."

"E a cena?"

"Verdura."

"E ieri?"

"Ancora verdura."

"Senti - dissi tirando fuori il portafoglio - dammi retta, va al macellaro che è un amico mio e fatte dà una bistecca come dio comanda..."

Ecco, ripeto, quella è una stagione tutta da incorniciare e sulle tute c'avevamo una Q maiuscola, come Quadraro, stampata sul petto. Eravamo proprio una squadra seria e più ci penso e più dovrei citare tutti. Oddio... tutti tutti magari no. Uno come Giammei che ci fece perdere il titolo italiano se lo rivedo lo butto subito fuori squadra. Pensa... mancavano pochi secondi alla fine, uno a zero per noi e fallo laterale a favore. Stavo in panchina col mister. Vai calmo gli faccio, batti bene, prendi fiato. E quel chiocchiolone invece rimette in gioco come uno sprovveduto e sul controfallo si mette a protestare con l'arbitro. Cartellino rosso, punizione per loro, difesa sguarnita e gol del pareggio beccato sul fischio finale. E fu così che poi ai rigori buttammo via il titolo di campioni d'Italia juniores. Ma come si fa? Te l'ho rivisto Giammei un po' d'anni fa. È grande e grosso e c'ha pure figli. Ma gliel'ho detto uguale: "A' Giamme', che m'hai combinato!»

Claudio D'Aguanno

(giornalista L’Unità e amico del presidente Lillo)

 

Primiano Muratori

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Un partigiano del Quadraro

 

Primiano MuratoriPrimiano Muratori fu uno dei tanti ragazzi che come lui della classe 1925 furono precettati dal Ministero della Guerra per essere arruolati nell'esercito regolare, furono tra gli ultimi chiamati nel 1943 per andare a combattere una guerra che ormai si stava avvicinando all' epilogo finale, lui fu uno di quelli che diserto' quella chiamata e nel Febbraio 1944 parti' dalla sua casa al Quadraro in Roma, per arruolarsi nelle formazioni Partigiane di Pesaro, la scelta di quella Regione veniva dal fatto che i suoi genitori erano di origine romagnola, per questo decise di andare a combattere vicino i parenti rimasti nella provincia di Pesaro dove gia' si erano formati i gruppi Partigiani combattenti. Fu arrualato nella 5^ Brigata Garibaldi Pesaro 1° Battaglione distaccamento Pisacane, con il soprannome di battaglia di ( il Romano ) e li' combatte' fino alla liberazione. Finita la guerra, rientro' a Roma nel suo quartiere, il Quadraro e riprese il suo lavoro da tecnico, negli stabilimenti cinematografici di Cinecitta', nello stesso quartiere visse fino alla sua morte il 12/7/1996.

per approfondire:

https://sites.google.com/site/ilpartigianoprimianomuratori/home


 

Stefano Pantano

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Stefano Pantano (Roma, 4 maggio 1962) è uno schermidore italiano.

Cresciuto nel quartiere del Quadraro a Roma, è stato uno dei più forti tiratori di scherma nella storia della scherma italiana. È stato 3 volte campione del mondo di spada (1989-1990, 1993). È attualmente direttore tecnico delle Fiamme Oro Polizia di Stato sezione scherma. È stato commentatore tecnico della Rai alle olimpiadi di Pechino dopo esserlo stato ad Atlanta, Sydney ed Atene.

Accanito tifoso della S.S. Lazio, conduce con Alessio Buzzanca il programma "Non mollare mai" in onda dal lunedì al venerdì dalle 14:15 alle 18:00 su Radiosei (a Roma FM 98.1).

Ricopre il ruolo di opinionista del programma "Domenica Derby" in onda su Roma Uno e condotto da David Rossi e Luigia Luciani.

Nel 2010 partecipa come concorrente alla sesta edizione di Ballando con le stelle su Rai Uno.

 

Mario Schifano

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Mario Schifano (Homs, Libia 20 settembre 1934 – Roma, 26 gennaio 1998) è stato un artista e pittore italiano. Nacque nella Libia italiana, dove il padre, impiegato del ministero della Pubblica Istruzione era stato trasferito. Pochi anni dopo tornò a Roma e si trapiantò in viale Spartaco 30 al Quadraro . Si avvicinò all'arte seguendo il padre che lavorava al museo etrusco di Valle Giulia. Insieme ai "pittori maledetti" (Angeli, Tano Festa, Lombardo, Cesare Tacchi, Renato Mambor, anche lui del Quadraro una volta “er mejo tacco der Quadraro”, Mario Ceroli ecc.) rappresentò un punto fondamentale dell'arte contemporanea italiana ed europea

 

Rossana Rory

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Rossana RoryRossana Rory, nome d'arte di Rossana Coppa (Roma, 7 settembre 1927)

Rossana Coppa, di origine del Quadraro dove il papà vendeva il carbone in una bottega dell’attuale piazza del Quadrettto altezza civico 15. Appena diciassettenne comincia a lavorare come fotomodella e come attrice di fotoromanzi, diventando presto popolare presso questa categoria di appassionati lettori.

Debutta nel cinema, in una parte secondaria, nel film Licenza premio, scelta dal regista di origini austriache Max Neufeld. Successivamente lavorerà anche con Rossellini, ma non contenta della sua carriera in ruoli secondari, parte per Londra per seguire i corsi di recitazione presso l'Accademia Reale di Arti Drammatiche, con la speranza di sfondare ad Hollywood.

La scarsa fortuna avuta, la convince al ritorno in Italia, dove prende parte al film El Alamein di Malatesta, e successivamente a quello che sarà il suo film più riuscito, ovvero I soliti ignoti del 1958, dove ha modo di interpretare il personaggio di Norma, in maniera estremamente riuscita.

Dopo la parentesi del film con Monicelli, tornerà ai film di cappa e spada, sino a L'eclisse (1961)di Antonioni, con il quale uscirà per sempre dai set cinematografici.

 

Andrea Azzena

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Papà Andrea Azzena Un uomo esemplare, nato in provincia di Sassari, che visse nel cuore del quartiere Quadraro.

Andrea Azzena, un laico di grande fede cattolica, maresciallo dell'esercito, sposato e con figli che, dopo esperienze vissute durante la guerra, decise di aiutare gli orfani come lui era.  

Iniziò la sua opera appena dopo il conflitto, rinunciando alla carriera militare e sistemandosi in una casa presso l'acquedotto alessandrino. Poco dopo si trasferì a Via Giulio Igino al Quadraro dove fondò la "Piccola Assistenza del Signore". Operò dal 50 al 70, anno in cui l’'istituto è stato chiuso.

Dopo la guerra mise in piedi un orfanatrofio per bambini orfani e abbandonati, fu molto famoso all'epoca, ci sono molti articoli su Famiglia Cristiana che riguardano la sua opera. Nel periodo che operò diede una casa e da mangiare a più di 300 orfani.

Ciò che aveva intuito in quei momenti post bellici era la mancanza di un anello di congiunzione fra "la strada" e le istituzioni. Un orfano che viveva in strada aveva poche possibilità di accedere alle strutture istituzionali che, in teoria, avrebbero potuto aiutarlo. Andrea Azzena decise di essere quell'anello di congiunzione. Uomo di ampia cultura (conosceva sette lingue) e di esperienza nel mondo della burocrazia, iniziò a raccogliere presso la struttura di Via Giulio Igino bambini orfani, offrendogli alloggio, vitto e prima scolarizzazione mentre,  per loro, iniziava le pratiche di accettazione presso gli istituti pubblici. In breve divenne punto di riferimento per moltissime famiglie indigenti. Ed anche per le istituzioni. I carabinieri portavano a lui i bambini delle prostitute o dei ladri che avevano arrestato. Il Presidente della Repubblica inviava ogni anno, per Natale, doni e vettovaglie per gli orfani di "Papà Azzena".

L'ex maresciallo Andrea Azzena nella casa famiglia "piccola casa del Signore" in Via Giulio Igino al Quadraro

Nato a  Luogosanto (Sassari) il 3 Marzo 1901, morto a Roma il 10 Agosto 1982. Sepolto nel Cimitero di Prima Porta. Sposato con Carmelina Napoli, che conobbe proprio perché lei collaborava con lui fin dai primi tempi dell'opera. Lei era nativa di Buccino in provincia di Salerno. Ottima cuoca cucinava quotidianamente per tutti i bambini. Famosi i suoi ravioli e le tagliatelle. La sua collaborazione non si limitava a questo ma partecipava a tempo pieno in tutte le faccende necessarie alla tenuta di una "casa famiglia" come diremmo oggi. I coniugi  avevano quattro figli, tre femmine ed un maschio e cercavano di equilibrare l'affetto per tutti i piccoli presenti, figli e non. I figli, più che gelosi probabilmente si son sentiti un po' "orfani" anche loro!
Azzena aveva inizialmente una casetta in via Giulio Igino al Quadraro Roma, a due piani, affiancata da una ad un solo piano, poco meno di 100 mq. Nella struttura a due piani aveva l'ufficio e la camera da letto al piano superiore, nell'altra aveva organizzato "la scuola" dove giornalmente faceva lezioni ai bambini. Negli anni successivi arrivò a costruire quasi 500 mq dove trovavano posto l'abitazione della sua famiglia, il refettorio, il dormitorio, servizi igienici ecc. All'inizio degli anni settanta ci fu uno scandalo relativo ad una suora che in un istituto dei Castelli Romani maltrattava i bambini a lei affidati. Da questo episodio le leggi imposero normative che il Maresciallo Azzena avrebbe avuto difficoltà ad attuare, soprattutto perché ormai anziano. Quando l'istituto venne chiuso, i bambini vennero trasferiti in altre strutture, i carabinieri che avevano il compito di portarli alle loro destinazioni ebbero non poche difficoltà, i bambini si nascondevano per non farsi portare via. Sosteneva le spese per il mantenimento della comunità con la sua pensione e con gli apporti di benefattori. Ogni organo veniva inserito nella casa e tutti avevano lo stesso trattamento. La struttura possedeva un dormitorio ed un refettorio. Dormivano tutti assieme, anche i figli, ed assieme si mangiava nel refettorio. Diverse persone cresciute nella struttura hanno iniziato a lavorare nello stesso Isituto. Chi lasciava l'orfanatrofio era perché "Papà Azzena" trovava per lui una sistemazione in strutture pubbliche o veniva adottato. Pratiche che seguiva personalmente il Maresciallo Azzena. Mai nessun bambino è scappato.  Forse qualcuno per tornare alle baracche dell'Acquedotto Felice. Non di tutti i ragazzi si ha traccia di dove siano andati a finire quando uscivano dall’orfanatrofio. Qualche anno fa, quando si iniziò a parlare di privacy e delle leggi ad essa relative, vennero distrutti gli incartamenti dove erano riportate tutte le informazioni di ognuno dei bambini passati per la struttura e tutte le loro destinazioni. Alcuni di loro, ormai adulti, sono capitati in Via Giulio Igino ed hanno chiesto di vedere i luoghi dove erano cresciuti, ed alcuni hanno portato i loro figli per fargli conoscere i luoghi della propria infanzia. Personalmente ho conosciute diverse di queste persone e tutte hanno avuto parole di enorme stima nei confronti di chi li ha tolti dalla strada e datogli una "famiglia". I bambini erano sia maschi che femmine. C’erano moltissimi benefattori ed anche personaggi famosi che desideravano adottare dei bambini. La "Piccola Assistenza del Signore" venne presentata in televisione nella trasmissione di Padre Mariano. Venne girato un cinegiornale dall'Istituto Luce e tantissimi giornalisti hanno spesso scritto della struttura. Molti articoli sono apparsi su famiglia cristiana. Ci sono articoli pubblicati in Germania ed in America. L’istituto venne chiuso nei primi anni settanta.

fabio de angelis

Film – Documentario Istituto Luce
Tempi Nostri 1968 Durata 1.26 : Quadraro: il calore di una casa famiglia per bambini altrimenti abbandonati.

 

Giancarlo De Sisti

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DE SISTI Giancarlo Roma, 13.3.1943 Centrocampista
Esordio: 12.2.1961 – Udinese – Roma 2-1  detto Picchio venne alla luce in via Lucio Manilio, 1, al Quadraro.

A soli vent'anni  "Picchio" o "Trottola" , così chiamato per la sua onnipresenza nel campo, prende in le redini del centrocampo della Roma. E' tutt'ora considerato uno dei più forti centrocampisti del calcio italiano del dopoguerra. Dopo cinque stagioni con la maglia giallorossa e una Coppa Italia vinta, passa alla Fiorentina dove gioca per nove anni. Nel periodo fiorentino contribuisce in modo decisivo alla vittoria del miracoloso scudetto del campionato 1968/1969. Tra il 1967 e il 1972 fa parte del gruppo della Nazionale con la quale scende in campo ventinove volte. In maglia azzurra vince l' Europeo del 1968 e arriva secondo al Mondiale del 1970 disputato in Messico.
Sfortunate le sue esperienze di allenatore: scudetto soffiatogli dalla Juventus quando è alla guida della Fiorentina. Dopo quattro stagioni in viola si siede per un anno sulla panchina dell'Udinese. Nel 1991-92 viene chiamato all' Ascoli nella massima serie. Dopo sei mesi, in cui la squadra non riesce ad uscire dalla zona retrocessione, viene esonerato. Qualche settimana prima, ignoti si erano introdotti nel giardino della sua villa facendo esplodere una bomba carta. E dopo aver ricevuto telefonate minatorie nelle quali veniva invitato a lasciare la guida della squadra, De Sisti rinuncia alla sua panchina e alla sua carriera da allenatore. E' invitato spesso come commentatore sportivo in programmi televisivi. Nel 2003 diventa Responsabile del Settore Giovanile della S.S. Lazio e dall'11 marzo 2009 è commissario tecnico della rappresentativa dei Parlamentari italiani.

 

Ascanio Celestini

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Ascanio Celestini (Roma, 1 giugno 1972) è un attore teatrale, regista cinematografico, scrittore e drammaturgo italiano. Vive nel X Municipio, di origine del Quadraro trasferito poi a Morena.

Uno dei suoi spettacoli più significativi, “Scemo di guerra”, una narrazione ispirata a fatti realmente avvenuti il 4 giugno del 1944, il giorno della Liberazione di Roma.

Per questo lavoro Celestini ha lavorato sui ricordi di suo padre rispetto ai fatti del Quadraro e all’ultimo giorno di guerra nella capitale. Le vicende di quella intensa giornata si snodano tra bambini che rischiano la vita per una cipolla, maiali che finiscono sottoterra, barbieri dalle mani belle, poi tedeschi, fascisti, americani, russi, scimmie e mosche.

Si delinea un percorso narrativo che traccia una mappa reale della città di Roma, intrecciando ricordi di racconti familiari e la Grande Storia, un racconto epico e popolare caratterizzato da strutture narrative sorprendenti, che scatenano nel pubblico flussi di immagini.

'Radio clandestina? Racconto via Rasella come mia nonna'
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/04/20/radio-clandestina-racconto-via-rasella-come-mia.html 
La Repubblica.it
20 aprile 2006 —   pagina 10-11   sezione: ROMA

Sulla Tuscolana, in cima alla salita del Quadraro, zona Sud-Est di Roma, Ascanio Celestini ferma il proprio motorino Aprilia Rally che ha dodici anni, e a 6-7 chilometri dalla casa di Morena, dove ha vissuto da ragazzino e dove è tornato a vivere da un paio d' anni, risponde col cellulare a un questionario cui lo sottoponiamo in vista della replica unica di domani a Tor Bella Monaca del suo Radio Clandestina. Celestini, lei s' ispira alla società, alla fantasia, ai fatti personali o alle storie di altri? «Tutte e quattro le cose». Come le viene in mente la struttura dei suoi spettacoli? «Io ri-dico e ri-racconto le faccende che ho sentito o letto». Quali sono le sue abitudini di scrittura? «Butto giù d' un fiato e ho già tutto in mente. Ci penso anche tre anni, ma scrivo in un mesetto». Tiene conto dell' età, del sesso, del ceto degli spettatori? «Cerco di scrivere in una lingua comprensibile a tutti. Formule non teatrali, per non mandar via quelli che non sono abituati al teatro». Quando s' è convinto che avrebbe fatto l' attore? «Nel 1996, quando ho iniziato a fare teatro per strada e sono andato nella compagnia livornese del Teatro del Montevaso». Ha avuto un apprendistato come spettatore o insegnanti che intuirono il suo talento? «Ai tempi della scuola non sono mai andato a teatro. C' è stato un professore di educazione fisica delle medie che ha messo da parte un mio tema d' esame, e me l' ha portato di recente...». Un classico che l' ha influenzato? «Pinocchio, perché è pieno di avvenimenti anche contraddittori, è una fiaba crudele, molto evocativa». Prende spunto da altri autori? «Come no. Radio clandestina, su via Rasella e le Fosse Ardeatine, l' ho costruito da un libro di Sandro Portelli». Quanto è importante un titolo di spettacolo? «Deve dare un' immagine della storia». I produttori intervengono nel suo destino artistico? «Ne ho avuti due: il Teatro di Roma diretto da Martone per La fine del mondo, e lo Stabile dell' Umbria che ha coprodotto La pecora nera. Ma in genere i miei spettacoli non interessano ai produttori». Come spiegherebbe a un giovane la riuscita del suo teatro? «Gli farei capire che tutto sommato racconto storie come chiunque altro. Mia nonna faceva lo stesso, il mio vicino di casa narra bene quanto me, ma né mia nonna né il vicino sono andati in tournée». Come vede il teatro, oggi? «Prima trattoria, cinema e teatro erano scelte simili, adesso il teatro è un luogo e un momento di confronto politico». Teatro Tor Bella Monaca, via Bruno Cirino, domani, ore 21, ingresso gratis - RODOLFO DI GIAMMARCO
 

Sisto Quaranta

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Sisto Quaranta uno dei 947 rastrellati del Quadraro:

«Siamo rimasti in 22 di quei 947 - dice Sisto Quaranta, classe 1924 - e siamo impegnati a tenere viva la memoria perché i giovani devono sapere. Il nostro impegno è divulgare il più possibile quei ricordi».

 


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